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giovedì 8 dicembre 2011

VITA E MISTERO





"La religione è il tentativo di venire a capo del mistero della vita nella sua globalità, il tentativo di afferrarne la sua selvaggia bellezza e di non venire schiacciati dalla sua sconvolgente imponderabilità". ( V.Mancuso "Io e Dio")

Il nostro è un tempo definito da due famosi psichiatri francesi "l'epoca delle passioni tristi" in cui dominano la paura e l'incertezza.

In questo tempo è necessario diventare "ostensori di fiducia", aiutando così le nuove generazioni a tornare a sperare. (F.Schiano)

mercoledì 14 settembre 2011

CELESTINA



Prima d’uscire i suoi occhi cercarono, attraverso la finestra della cucina, l’orto.
Quel fazzoletto di terra variopinta d’ortaggi, illuminato dalla luce calda e intensa di un pomeriggio di giugno, era il regno amato e governato, fino ad un mese prima, da Francesco, suo marito. Ogni dì lo innaffiava con cura garbata, strappava le erbacce, seguiva riconoscente la crescita dell’insalatina, raccoglieva un ciuffetto di prezzemolo, stava ammirato davanti alle gambe di sedano perché mai le aveva viste così carnose, non passava vicino ai pomodori senza far loro una raccomandazione. Quest’anno poi le melanzane tonde promettevano bene, accanto ai peperoni verdi ancora timidi e piccoli.
Gli occhi lucidi sostarono accanto ad ogni ortaggio, ogni angolo, ogni foglia e pareva dicesse loro “non datevi pena, torno presto”.
Loretta la sollecitò a chiudere tutte le finestre, aveva già messo la valigia in auto.
Con gesto solenne, Celestina girò la vecchia chiave della porta d’ingresso, l’estrasse delicatamente e stringendola forte la depose nel taschino della borsa di pelle nera, accanto al rosario e al santino di Padre Pio.
Non parlò, non sapeva di che cosa parlare durante il viaggio; invece Loretta spiegava alla mamma con un’insolita vivacità tutte le possibilità che avrebbe avuto presso Villa Ortensia.
Celestina pareva interessata, ma non l’ascoltava. Seguiva i pensieri disordinati che le ballavano dentro. Non aveva disdetto la tartaruga al latte che ogni giorno Oreste, il fornaio, le teneva da parte. Non aveva salutato Armida che l’avrebbe aspettata venerdì al cancello del cimitero per le preghiere di sufragio. E non s’era ricordata di restituire a Pina il chilo di farina prestatole per la torta di mele donata al mercatino missionario.
Che testa! La sua memoria perdeva visibilmente colpi e quando se n’accorgeva non lo confessava manco a se stessa.
Invidiava Leone, il gatto bigio che girava in contrada, perché non si dava cruccio di dimenticare, si risolveva nel presente. Lei invece stava sotto il gran carico del passato. S’impegnava sia a dimenticare al momento giusto, sia a ricordare al tempo giusto, perché aveva sempre creduto che nella vita ci volesse l’oblio, come per il suo orto ci voleva non solo luce, ma anche oscurità.
Intenta alla guida, Loretta illustrava il programma del suo prossimo viaggio in Giappone. Sapeva di parlare a se stessa. La mamma si guardava attorno senza vedere, assorta sicuramente nella triste consapevolezza che non sarebbe più ritornata a casa, anche se la figlia per giorni l’aveva rassicurata del contrario, per convincerla a partire.
Quella sera Celestina dormì, si fa per dire, nella stanza n. 8 di Villa Ortensia, dopo più di 60 anni dormiti nella sua casa.
Condivideva la camera con la signora Anita, che presentandosi le puntualizzò d’essere una professoressa in pensione del Liceo Mazzini e che attendeva dalla direzione una stanza singola con balcone. Poi le precisò che il mattino si poteva occupare il bagno per max 10 minuti e che non era permesso abusare con i profumi perché le procuravano nausea.
Celestina non proferì parola. Annuì con la testa, mentre ammirava i folti capelli biondi di Anita e con le mani lisciava il golfetto blu da lei lavorato a ferri.
Celestina era visibilmente disorientata, a momenti terribilmente confusa.
Onestamente, non aveva di che lamentarsi, le stanze erano belle e ordinate, le persone gentili, tutto buono e abbondante a pranzo e a cena. Però un velo di tristezza le avvolgeva gli occhi, le spalle, il cuore, poi giù le gambe e persino i piedi. Sì, sentiva i piedi tristi e sempre freddi, anche se aveva messo due paia di calze di lana.
Loretta al telefono insisteva perché le dicesse che lì si trovava proprio bene.
Anita le faceva compagnia e imperterrita le raccontava dei suoi molti viaggi e dei musei visitati in giro per il mondo.
Ai primi di giugno era al Palazzo Reale di Milano per una mostra d’arte del suo amato genio aragonese, che aveva interpretato con grazia e levità il mondo galante della Spagna settecentesca, fino a diventare il pittore ufficiale del re. Poi era cambiato, complice anche quella sordità che gli aveva procurato sia incubi, sia occhi nuovi per quella realtà fatta di soprusi, ignoranza e superstizione. Il dramma della quotidianità, derelitti ed emarginati, mostri e streghe, balli in maschera e decapitazioni, erano diventati poi i protagonisti delle opere di Francisco Goya.
Quante cose sapeva e, soprattutto, ricordava Anita!
E Celestina invece raccontò del suo Francesco e di quel quadro che aveva spesso carezzato stando in cucina. I suoi occhi venivano catturati, ammaliati, oltre la cornice della finestra, dal suo uomo immerso nei colori dell’orto. Una tela sempre diversa, sfumature nuove, sensazioni intense, emozionanti faccia a faccia con ritratti carichi d’umanità, silenziosa e vibrante sintonia. Poi Francesco era diventato quasi sordo e s’era fatto più riflessivo, le diceva che così non sentiva la cattiveria delle persone, ma poteva apprezzarne la bontà.
Era la prima volta che poteva dire del suo Francesco. Grosse lacrime le spensero la voce.
Anita l’abbracciò e si ritrovarono a piangere insieme, poi a ridere insieme.
Ridevano come due bimbe davanti ad un gioco nuovo, quando entrò la direttrice per comunicare ad Anita che era pronta la sua stanza singola.
Senza esitare lei la liquidò : “Signora ne riparleremo nei prossimi mesi.”
Una sera Celestina liberamente accennò anche il suo problema. La memoria aveva tenuto insieme la sua vita, che di per sé non era poca, l’aveva tenuta anche ordinata. Ora si rendeva conto che la memoria non conservava, né immagazzinava, solo evidenziava pochi tratti. Come una matita sottolineava alcuni avvenimenti e persone che l’avevano fatta essere quella che era.
Il passato era una stella che non esisteva più e in lontananza scorgeva appena i sogni rimandati, senza luce, né calore, che sopravvivevano come fantasmi. Doveva accettare di dimenticare per poter proseguire il viaggio della vita.
Un sospiro prolungato e poi un semplice silenzio di pace. Incontrando gli occhi di Anita, in profondo ascolto, le confidò che se avesse registrato gli sbagli suoi e degli altri in una memoria indelebile, non avrebbe mai perdonato.
Quella notte riposarono bene.
Per una prossima uscita Anita propose la visita ad una collezione privata di un pittore contemporaneo, poco conosciuto. In particolare, non aveva mai visto un quadro che, si diceva, straordinario e suggestivo nelle pennellate e nei colori. Colori composti a parlare di bellezza e benessere, apparivano sempre nuovi ed emozionanti agli occhi dei visitatori.
Celestina era radiosa all’idea d’accompagnarla, era come andare ad un ricevimento reale. La responsabile di Villa Ortensia acconsentì per la 3^ domenica di luglio.
Partirono in taxi, vestite da festa, al settimo cielo come due ragazzine. Celestina tentava di riconoscere qualche dettaglio lungo la strada, ma niente era familiare, allora si avvicinò un po’ all’amica, sul sedile. Quando l’auto rallentò vicino al capitello di S. Antonio, in testa alla sua via, s’illuminò. Non ci credeva…..Voleva dire che …. Voleva sapere…….., ma il cuore era gonfio di commozione.
Scese dall’auto, Anita la prese per mano e le sussurrò: “Celestina, la chiave è nel taschino della borsetta”.

giovedì 18 agosto 2011

PERDONO


Ma che cos'è il perdono?
E' la medicina che placa il dolore intimo dell'anima, è il sentimento che restituisce la speranza, è la magia che ci permette di ricordare senza soffrire. esso ci aiuta anche a dimenticare tristi momenti della nostra vita in cui invidie, rancori e rimorsi ci avevano derubato della fede nell'amore, nell'amicizia, in Dio, in noi stessi e negli altri. In un campo di concentramento affiorò tra i rifiuti lo scritto singolare che segue.
"Signore,
ricordati non solo degli uomini di buona volontà,
ma anche di quelli di cattiva volontà.
Non ricordarti, però,
di tutte le sofferenze che ci hanno inflitto.
Ricorda, invece, i frutti che abbiamo portato
proprio da queste sofferenze:
è cresciuta in noi la disponibilità,
ci si è fatta più limpida la lealtà,
più ampia la generosità.
E quando essi si presenteranno per il tuo giudizio,
lascia che i frutti che abbiamo portato,
siano il loro perdono".

martedì 19 luglio 2011

MERAVIGLIE DEL CREATO



Spesso fuori dell'uscio di casa siamo circondati da tante piccole cose che ci riservano continue sorprese. In ciascuna di esse si rivela la grandezza e la ricchezza della creazione. Sta a noi saperle scoprire e guardare con gli occhi dei "piccoli".


"Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perchè hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli" ( Mt 11,25)


puoi collegarti al video "Spring in my garden" col motore di ricerca Youtube

martedì 27 luglio 2010






Tu gradisci la sincerità del mio intimo, nel segreto del cuore mi insegni la sapienza. ( salmo 50)



La sapienza che Lui ci insegna abita nel nostro qotidiano.






Donatella ci racconta:"Ero stanca del mio lavoro, soprattutto da quando mi hanno affidato il servizio dalle 13.00 alle 19.00. Ogni pomeriggio da sola, a pulire 150 banchi, 6 aule, 10 bagni, un grande atrio, la palestra, lunghi corridoi e qualche volta anche il cortile.



Mi lamentavo di continuo e discutevo con la direzione e le altre colleghe. Seminavo vento...



Avevo paura d'inciampare nel malcontento, nella divisione, nel pettegolezzo,...insomma in quella nebbia sottile dell'anima che m'impedisce di capire e che mi stordisce il cuore. E poi mi ha sempre fatto paura il demone dell'abitudine...



Quando Roberta, alcuni mesi fa, mi ha confidato le sue pesanti preoccupazioni e mi ha chiesto di ricordarla in modo speciale, mi sono ritrovata nel pomeriggio a pensarla, col desiderio di poterla aiutare e mi è venuta in cuore l'idea di "dedicarle"i 150 banchi della mia vecchia scuola elementare che mi accingevo a pulire.



Sì ho cercato di pulirli tutti bene, trasformando quei gesti umili in dono nascosto e silenzioso dedicato solo a Roberta. Da quel pomeriggio ho adottato una nuova e segreta "abitudine": ogni giorno al lavoro "dedico" ora i banchi, ora i pavimenti, ora i vetri...a chi ha bisogno d'aiuto, a chi mi sta a cuore, a chi ho appena incontrato, a chi è lontano e non vedo da tempo, a chi mi chiede una preghiera."



L'amore va coltivato nei piccoli gesti. La sapienza del cuore abita nel nostro quotidiano che instancabilmente possiamo ricalibrare e orientare...Il segreto è lasciar spazio alla Sua Sapienza.

mercoledì 9 dicembre 2009

SULLE TRACCE DELL'AQUILA


Dal 17 al 25 luglio 2009 sono andata all'Aquila come tirocinante del corso di Counseling Professionale di Verona, all'interno del progetto CTF ( Camillian Task Force) organizzato dai Camilliani. Ero partita piena di entusiamo, insieme ad altre due colleghe, nello stesso tempo però temevo di non essere all'altezza della situazione. La cosa più bella è stata condividere l'esperienza con altre due persone, cosa che ci è stata di molto aiuto, fin dai primi momenti. Appena arrivate a Coppito, dove c'era la sede della Caritas dell'Aquila ( un conteiner di fortuna) siamo state accolte da Angelo, il vicedirettore del Centro, ed è con lui che abbiamo cominciato a fare i conti con la stanchezza e la fatica che il terremoto con le sue conseguenze ha provocato nel cuore degli aquilani. Dopo esserci sistemate in un piccolo alberghetto per la notte, il giorno seguente siamo entrate nel cuore dell'Aquila, prendendo contatto con la gente di strada che, con l'occasione di chiedere informazioni, ti apriva il cuore, facendoti partecipe della loro situazione. Come persone siamo rimaste impressionate dalla tenacia di questa gente, così provata dalla devastazione provocata dal terremoto. Ci siamo commosse di fronte al racconto della loro esperienza, al dolore manifestato per la perdita di persone care, della casa e della propria città. Abbiamo condiviso l'ascolto delle loro vicende, la fatica di constatare la provvisorietà della vita e l'incertezza per il futuro. Abbiamo respirato nell'aria la tensione continua provocata dalle scosse che sembravano non finire mai. Nello stesso tempo abbiamo ammirato la forza d'animo di tanti aquilani, la determinazione nel cercare di rinascere e di far rinascere la loro città. Spesso io, Michela e Lara ( le due compagne di viaggio) ci siamo ritrovate senza parole di fronte ai racconti che via via nascevano dalle persone incontrate. Ogni parola era densa di significato e ricca di emozioni, a volte impegnative da sostenere. Durante i momenti di aggiornamento e di formazione abbiamo provato stupore nell'incontrare tanti giovani e adulti volontari sia della Caritas, sia della Protezione Civile pronti a regalare la loro presenza discreta ma sicura, per aiutare e sostenere chi si trova smarrito e senza punti di riferimento su cui appoggiarsi. Abbiamo toccato con mano come il dolore può manifestarsi in tanti modi, a volte attraverso il silenzio, altre volte in discorsi copiosi e senza freno. Comunque abbiamo scoperto tanta solitudine, ma anche tanta voglia di condividere la propria situazione. Abbiamo constatato negli anziani la tendenza a lasciarsi andare. Molti di loro infatti stanno morendo, come ci raccontavano le responsabili della Caritas locale. Ma alcuni di essi, sostenuti dall'affetto dei propri cari, sembravano affrontare il lutto delle loro perdite, aggrappandosi ai ricordi e dando voce al loro strazio attraverso il canto. Con questi è stato naturale condividere un abbraccio, una carezza, un grazie che veniva dal profondo del cuore. Abbiamo sentito il peso e la fatica di entrare in contatto con un dolore così generalizzato, dove tutto sembrava sepolto sotto le macerie, come quelle incontrate lungo le vie principali dell'antica città. Durante le varie giornate Michela si è fermata a sostenere le operatrici della Caritas locale, anch'esse bisognose di ascolto. Io e Lara invece siamo andate in giro per la città ad accompagnare due anziani fratelli che cercavano la loro banca di riferimento, per recuperare i soldi della pensione che non arrivavano. E' stata un'occasione molto propizia per sperimentare il disorientamento e la fatica estenuante di dover girare a vuoto, senza trovare la strada e senza avere informazioni adeguate. Le altre mattine e pomeriggi siamo state impegnate per fare ascolto sia delle persone che incontravamo nelle varie tendopoli, sia dei parroci che ci erano stati affidati dalle operatrici della Caritas. Molti sono stati gli incontri significativi, anche quelli avuti alla sera in albergo, dove ci incontravamo con degli operai impegnati per la costruzione di nuove case. Anche con loro abbiamo condiviso le nostre esperienze e le relative emozioni. L'ascolto dei loro interrogativi e delle loro provocazioni ci spingeva a cercare insieme delle risposte, senza avere la pretesa di imporre le nostre convinzioni, ma mettendoci al loro fianco come persone in ricerca e in cammino. Ci rimane nel cuore lo slogan stampato nelle magliette degli operatori della Caritas:"TERREMOTOSTO". L'esperienza è stata arricchita grazie anche alla condivisione e al confronto che quotidianamente facevamo tra di noi, sostenendoci a vicenda. Noi che eravamo arrivate con il progetto di aiutare i terremotati abbiamo ricevuto molto di più di quello che abbiamo donato.

venerdì 19 giugno 2009


Udite, udite! Il nostro carissimo assistente don Adriano Tessarollo è stato ordinato vescovo di Chioggia. L'ordinazione è avvenuta nella cattedrale di Vicenza, domenica 7 giugno 2009, alle ore 16.00. Il duomo era gremito di gente arrivata da diversi angoli del Veneto e non solo!!! Alla cerimonia, presieduta dal vescovo di Vicenza, monsignor Nosiglia, hanno preso parte parecchi vescovi del triveneto, molti sacerdoti e una folla enorme di laici provenienti dal suo paese nativo, dalle diverse parrocchie dove don Adriano ha vissuto il suo ministero sacerdotale, ma anche dalla diocesi di Chioggia alla quale è stato destinato.C'eravamo anche alcune di noi, compresa la nostra presidente. E' stata una cerimonia molto intensa e sentita. La nostra emozione si è unita a quella palpabile di don Adriano, che con tanta semplicità e profondità ha cominciato a dare qualche pennellata al suo nuovo ritratto. Al termine della cerimonia è stato divertente osservarlo alle prese con le molte persone che tentavano di avvicinarlo e che lui con l'immediatezza che gli è tipica ha cercato di accogliere. Anche in un'occasione come questa è emersa la sua genuinità e il calore umano che ci auguriamo possa sempre conservare. Grazie don Adriano per la tua testimonianza di uomo di Dio e della Chiesa e grazie al Signore per averti fatto questo grande dono della Chiamata ad essere vescovo. Ti siamo vicine con il nostro affetto e con la preghiera e facciamo tutte il tifo per te!!!